Processo Stato-mafia, Riccardo Guazzelli: "Mannino temeva di essere ucciso"

Il figlio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, ucciso da Cosa nostra il 4 aprile 1992 viadotto "Morandi", tra Agrigento e Porto Empedocle, ha deposto al processo sulla trattativa Stato-mafia

Riccardo Guazzelli

«Dopo l’omicidio di Salvo Lima, l’onorevole Mannino temeva per la sua vita. Lo confessò lui stesso a mio padre: "Hanno ammazzato Lima, il prossimo potrei essere io", gli disse». A raccontarlo è stato Riccardo Guazzelli, figlio del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli, ucciso da Cosa nostra il 4 aprile 1992 sul viadotto "Morandi", tra Agrigento e Porto Empedocle, deponendo ieri mattina al processo sulla trattativa Stato-mafia, in corso a Palermo. 

«Mio padre incontrò Mannino due volte – racconta Riccardo Guazzelli, rispondendo alle domande dei pm Del Bene, Teresi e Di Matteo –. Una prima volta nel febbraio del 1992, quando mio padre fu convocato da Mannino nella sua segreteria a Roma. Mannino aveva subìto degli atti intimidatori al seguito dei quali aveva voluto parlare con mio padre. Aveva ricevuto una corona di fiori. Mio padre era un profondo conoscitore del territorio quindi penso che Mannino lo volesse sentire per questo motivo. Per avere un suo parare, una sua opinione». È in quell’occasione che l'ex ministro democristiano Calogero Mannino avrebbe detto al sottoufficiale Guazzelli: «Potrebbero uccidere o me o l’onorevole Lima».

Nel corso dell'udienza, il pm Vittorio Teresi gli ha chiesto ancheCalogero Mannino dei rapporti tra il padre Giuliano Guazzelli e l’ex procuratore di Agrigento, Giuseppe Vajola. «Non erano rapporti particolarmente buoni. Anzi, mio padre nutriva per lui una profonda disistima, ma non ricordo perché. Ricordo che ricevette pressioni su un'informativa che mio padre aveva fatto sull'onorevole Reina». Guazzelli era stato incaricato dall’allora procuratore agrigentino per indagare sulla partecipazione di Mannino nelle vesti di testimone dello sposo, al matrimonio tra Maria Silvana Parisi e Gerlando Caruana, quest’ultimo figlio del boss di Siculiana.

Quando il maresciallo consegnò la relazione a Vajola, questi «gli fece pressioni per modificarla, chiedendogli di addolcirla». «A seguito di questo episodio – racconta il figlio Riccardo – modificò l’informativa di reato secondo l’ordine dato dal procuratore, però magistralmente depositò quella che era la sua informativa originale presso gli atti del Comando dei carabinieri di Agrigento. Quale fosse l’oggetto dell’informativa non me lo ricordo, così come non ricordo in cosa è consistita la modifica».

Giuliano GuazzelliIl procuratore aggiunto Teresi gli sollecita quindi il ricordo di quell’episodio, rileggendogli parte delle dichiarazioni rese il 1° febbraio del ’94. Era il settembre del 1991, quando il padre «torna a casa molto amareggiato, lasciandosi andare a delle confidenze» riguardanti i rapporti con il procuratore Vajola e in particolare «all’episodio che li aveva visti in aperto contrasto». «In pratica il Vajola – disse allora Riccardo Guazzelli – si era rifiutato di ricevere quell’informativa, intimando a mio padre di cambiarne il contenuto. Non so se per indurlo a tale mutamento, egli abbia adottato, oltre che il peso della sua autorità di procuratore, anche atteggiamenti intimidatori».

Guazzelli, alle lettura del verbale di vent’anni fa, ricorda perfettamente e conferma quanto il padre «fortemente amareggiato per questa vicenda. Aveva fatto delle indagini particolari su Reina ed era emerso che era collegato ad una serie di situazioni che manifestavano che fosse collegato, in maniera chiara ed evidente, ad ambienti mafiosi». «Lui ci teneva molto a questa informativa – prosegue –. Quando si recò dai carabinieri per depositarla, parlò con il procuratore e vide che questi era nettamente contrario e gli chiese di “addolcirla”. Mio padre ci rimase così male che, per far valere la sua opinione, fece una doppia refertazione. La prima la modificò secondo i dettami del procuratore, mentre quello che era il suo vero pensiero lo depositò presso gli archivi del comando provinciale dei carabinieri». È lì, infatti, che l’informativa originale fu ritrovata, dopo la morte del maresciallo.

Nel corso della sua deposizione dall’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, il testimone ha anche parlato del rapporto di amicizia che legava il padre e l’ex comandante del Ros Antonio Subranni, oggi imputato nel processo sulla trattativa con l’accusa di minaccia a corpo politico dello Stato. «Erano rapporti sia professionali che di amicizia. Erano rapporti continui». E ricorda: «Poco tempo prima di morire, mio padre si recò a Roma per sentire un testimone. Contestualmente, si incontrò con Subranni. Fu un incontro programmato».  «Mio padre – aggiunge – collaborava con il Ros. Era una collaborazione informale. Ma non era aggregato. Era alla sezione del Pg. Aveva collaborato per l’inchiesta mafia e appalti». Secondo gli investigatori il maresciallo Giuliano Guazzelli, oltre a raccogliere le paure di Mannino, avrebbe fatto anche da trait d’union tra l’ex ministro e il generale Subranni. L’ipotesi della Procura è che l’omicidio del maresciallo dell’Arma sarebbe stato un segnale inviato da Cosa Nostra a Mannino.

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