Blitz Kerkent, il pentito Quaranta: "Massimino si offrì di inserirmi coi Falsoniani"

Il collaboratore di giustizia ha reso più dichiarazioni sul presunto reggente della famiglia mafiosa di Agrigento-Villaseta: "Lombardozzi non lo gradiva particolarmente e me lo disse perché fa casini, truffe, si immischia su tutto"

Da sinistra: Giuseppe Quaranta e Antonio Massimino

Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Quaranta (pentitosi nel gennaio del 2018) sono state ritenute, dalla Dia e dalla Dda di Palermo, un "ulteriore, rilevante, elemento dimostrativo dell'appartenenza di Antonio Massimino alla consorteria mafiosa di Agrigento con il ruolo di esponente di vertice".

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Quaranta - che ha riconosciuto in foto Massimino - il 29 gennaio dello scorso anno ha detto: "Io sono in grado di riferire dei seguenti mandamenti: Agrigento che comprende Giardina Gallotti, Villaseta con a capo Antonio Massimino, Fontanelle (con a capo sempre Massimino), Villaggio Mosè (sempre con a capo Massimino), Monserrato (sempre con a capo Massimino. Capo del mandamento è Antonio Massimino. 

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Nell'interrogatorio del 31 gennaio, il collaboratore di giustizia Quaranta ha aggiunto: "Massimino è combinato formalmente ed è reggente di Agrigento. Lavora con la cocaina, estorsioni". Alla domanda del Pm sul fatto se fosse o meno "operativo", Quaranta ha risposto senza esitazione: "E' ai domiciliari per estorsione". Il pubblico ministero, allora, chiedeva al collaboratore di giustizia: "Sa parlare di queste estorsioni? E' formalmente combinato?". Quaranta: "No sul giornale l'ho letto, sì è combinato". Sempre il favarese pentito ha aggiunto: "Ci siamo incontrati una volta sola al lavaggio di Villaseta, durata 10 minuti e poi non ci siamo più visti". Pm: "Ma mi scusi, lei era reggente di Favara e lui di Agrigento e lo ha incontrato solo una volta?". Quaranta: "Sì perché io poi sono stato posato".

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Era il 16 marzo del 2018 quando Quaranta spiegava: "Antonio Massimino l'ho incontrato dopo che uscì dal carcere all'autolavaggio di Villaseta, non ero più reggente. Mi voleva ringraziare perché mi stavo impegnando per fare avere, non ricordo a chi, un chiosco a San Leone. Antonio Massimino mi disse che se volevo continuare, dato che ero nella corrente di Fragapane che mi aveva posato, mi inseriva coi Falsoniani, ma da quel momento in poi avrei dovuto riferire a (omissis). Dissi che non mi interessava più e lui mi disse che non dovevo più fare estorsioni ed altro a Favara, neanche sotto banco. Dissi che sarei stato fermo e mi arrabbiai pure". "Antonio Massimino, dopo essere uscito dal carcere, prese la reggenza di Agrigento (come si conviene quando si esce dal carcere, si da di nuovo spazio) - proseguono le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Quaranta -, anche se Lombardozzi non lo gradiva particolarmente e me lo disse perché Massimino è un po' schizzofrenico, fa casini, truffe, si immischia su tutto. Non tutti lo accettano. Lombardozzi chiese di incontrarmi tramite omissis perché sapeva che Fragapane gli voleva parlare. Lombardozzi mi volle incontrare e gli dissi che le ragioni erano che Francesco voleva collaborare con loro; gli aveva anche regalato un giubbotto in carcere. Gli dissi che io mi ero fermato e non potevo. Lombardozzi mi disse che Francesco Fragapane era un 'caruso' e non capiva. Ad un secondo incontro, Lombardozzi mi disse che voleva avere me come contatto a Favara. Gli dissi che c'erano i (omissis), come avrei potuto fare? Mi disse di non preoccuparmi e in quella circostanza mi disse che Massimino Antonio combinava cose e sicuro era intercettato e ci avrebbe fatto arrestare a tutti. Lui, Lombardozzi, non era propenso a dare reggenza a Massimino, ma lo fece per evitare complicazioni, anche se gli mandò a dire che andava bene purché non disturbasse il gruppo Lombardozzi e i falsoniani. Quanto a me, mi propose di nuovo di legarmi a loro, ma io dissi che non volevo più avere a che fare con queste cose. In quel momento, Lombardozzi era di rilievo, non aveva incarichi formali, ma la sua voce aveva valore ovunque; la sua parola era un peso dentro tutta Cosa Nostra. In un terzo incontro ci prendemmo il caffè e Lombardozzi mi disse che sarebbe stato felice se accettavo la sua proposta. Ribadii che ero a posto così, ma gli dissi che se lui avesse avuto bisogno di cose personali c'ero sempre".

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"Le dichiarazioni - scrive il gip - assumono un considerevole valore probatorio giacché il collaboratore riferisce circostanze di cui egli ha avuto diretta percezione per essergli state rappresentate dal Massimino nel corso di un incontro il cui verificarsi, peraltro, trova pieno riscontro proprio dalle attività di indagine svolte".  

  

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