"Gli diedi gli assegni perché sapevo che era mafioso", vittima denuncia estorsione ma finisce sotto inchiesta

Un libero professionista accusa gli imputati ma ammette di avere falsificato alcune buste paga

“Ha visto che stavo facendo un prelievo al bancomat e si è avvicinato chiedendomi 1.000 euro, mi disse che servivano per sfamare i suoi figli. Nino Mangione era una persona poco raccomandabile, notoriamente vicino alla famiglia mafiosa. Glieli diedi e da allora iniziarono i guai”. Un libero professionista di Raffadali denuncia così, in aula, i suoi presunti estorsori che gli avrebbero sottratto circa 17mila euro. Sul banco degli imputati sei persone, due delle quali, negli anni scorsi, sono state coinvolte in varie indagini di mafia. Si tratta di Antonino Mangione, 39 anni, di Raffadali, Roberto Lampasona, 42 anni, di Santa Elisabetta; Domenico Mangione, 64 anni, di Raffadali; Concetto Giuseppe Errigo, 56 anni, di Comiso, Girolamo Campione, 42 anni, di Burgio, e Maurizio Marretta, 41 anni, di Santo Stefano.

Lampasona e Mangione, secondo l’accusa, avrebbero speso il nome del vecchio capomafia ergastolano per intimidire un meccanico di San Biagio Platani e farsi consegnare assegni in bianco che poi fruttarono circa 60 mila euro. I due imputati, vecchie conoscenze degli inquirenti per vari reati, anche di mafia, avrebbero commesso un’altra estorsione, nel maggio del 2010, un mese dopo la prima, nei confronti di un conoscente dal quale si sarebbero fatti consegnare assegni per 17 mila euro. Su quest’ultimo episodio, ieri mattina, ha deposto la presunta vittima che ha rivelato di essere stato avvicinato con un pretesto e poi di essere stato costretto a dare gli assegni in bianco. “Mi restituì solo metà dei mille euro, tornò e mi disse che l’unica possibilità per riavere i miei soldi era dargli gli assegni e firmarli. Ebbi paura perché era un criminale. Nei mesi successivi mi propose di firmargli delle buste paga false per tentare di riavere quei soldi e fui costretto ad accettare”. Dopo questa dichiarazione, però, come chiesto dall’avvocato Antonino Gaziano, difensore di Mangione e Lampasona, la sua audizione è stata dichiarata inutilizzabile. L’imprenditore, infatti, a tutti gli effetti ha ammesso di avere commesso un reato (probabilmente prescritto) e, di conseguenza, quel verbale non può essere utilizzato. 

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