Legambiente: "A Palma di Montechiaro il sindaco ha preferito farsi indagare che demolire"

Report sulle opere non abbattute, diversi i casi agrigentini inseriti nel report "Abbatti l'abuso"

Le demolizioni nella Valle dei Templi degli anni '90 come inizio di un percorso virtuoso, poi interrotto, il "caso Licata" ma soprattutto il "caso Palma di Montechiaro", dove un sindaco "pur di non abbattere gli abusi, ha preferito farsi indagare dalla magistratura".
Sono questi alcuni passaggi che interessano la provincia di Agrigento che Legambiente ha inserito nel report "Abbatti l'abuso", dedicato appunto al tema delle demolizioni delle costruzioni abusive. Un lavoro che fissa la Sicilia come la seconda regione italiana per il numero degli abusi non demoliti.
Più che numeri, fatti indicati come utili in termini di racconto del fenomeno.
E' il caso del riferimento fatto ad un intervento del procuratore Luigi Patronaggio durante una giornata dedicata agli eco-reati. 
All'epoca spiegò che attualmente in provincia pendono dentro i cassetti dei Comuni oltre 36mila istanze di condono. "Di queste - dice lo studio -, 9.998 sono nel comune di Palma di Montechiaro, con una media di 1,2 per famiglia. Stessa cosa a Licata, dove le case illegali sono 17mila, anche qui 1,2 a famiglia, su un territorio di 180 chilometri quadrati. Di queste, 400 sorgono entro la fascia d’inedificabilità assoluta dei 150 metri dal mare, e la gran parte risale agli anni Ottanta e Novanta, quando a fronte di 150-200 concessioni edilizie, contestualmente si rilevavano 100-130 abusi. Le domande di condono - continua - sono state 10.500, quasi tutte evase dal comune con esito negativo e quindi relative a case che devono essere demolite senza alcuna via di scampo.
Un contesto di illegalità diffusa e tangibile - taglia corto Legambiente -. Nulla, infatti, è più tangibile di una casa. Eppure gli abbattimenti, previsti dalla legge come un obbligo, non certo come una facoltà, per i Comuni restano al palo".

Proprio Palma di Montechiaro viene indicata esplicitamente come esempio, anzi, come uno dei "casi limite" di una "Italia abusiva che resiste alle ruspe", "dove un sindaco, pur di non abbattere gli abusi, ha preferito farsi indagare dalla magistratura", con riferimento chiaro a quanto accaduto a Stefano Castellino.

Altro caso di specie citato è quello di Licata, con le alterne vicende che hanno riguardato questo centro.
"Nel 2016 - dice Legambiente - la stagione di legalità del Comune di Licata, in provincia di Agrigento, ha portato a oltre 150 abbattimenti. Su ingiunzione della Procura, l’allora sindaco Angelo Cambiano, poi sfiduciato proprio per la sua attività sul fronte dell’abusivismo, ha dato il via a una serie di serrati interventi “sconvolgendo” la quiete in città, scatenando la reazione degli abusivi tra barricate e manifestazioni, minacce e attentati. Dopo di lui, il commissario straordinario Maria Grazia Brandara, già in passato a Licata con lo stesso incarico, ha proseguito con gli abbattimenti programmati.
Anche per lei - conclude Legambiente - sono arrivate minacce pesanti e, quindi, la scorta. Intanto, però, ci sono state le elezioni e si è insediato il nuovo sindaco, Giuseppe Galanti. Sin dai giorni della campagna elettorale si legge ancora - aveva mandato segnali in controtendenza, augurandosi una sanatoria regionale per salvare le case abusive dalle ruspe, edificate dagli 'ultimi', ossia i cittadini che l’assenza delle istituzioni ha 'invogliato a trasgredire la legge'”.
Altro esempio, certamente non positivo, è quello della lottizzazione a Scala dei Turchi "dove, forti di un regolare permesso per costruire in area edificabile - scrive - due delle villette previste sono state 'avvicinate' un po’ troppo al mare. La Procura di Agrigento ha avviato le indagini su denuncia di Legambiente, che ha scoperto come per il perito della società costruttrice, in modo del tutto originale, il limite dei 150 metri di inedificabilità assoluta non si calcolasse dalla linea di battigia, ma da alcuni scogli affioranti decine di metri al largo. L’udienza preliminare davanti al gip si è conclusa con il rinvio a giudizio di tutti gli indagati e con la condanna di coloro che avevano scelto il rito abbreviato, tra questi il lottizzatore".
 

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