"Corrotto con quaranta palme per la sua villa", slitta requisitoria per D'Orsi

Nel pomeriggio il pm Carlo Cinque, dopo l'audizione del maresciallo delle Fiamme Gialle Guglielmo Greco, avrebbe dovuto illustrare le richieste conclusive ma l'avvocato difensore Daniela Posante eccepisce: "Udienza anticipata senza avvisare l'imputato"

L'ultimo presidente della Provincia, Eugenio D'Orsi

"L'udienza è stata anticipata senza avvisare l'imputato": l'avvocato Daniela Posante, difensore dell'ex presidente della Provincia Eugenio D'Orsi, eccepisce che l'anticipo di 24 ore dell'udienza, deciso dai giudici con un'ordinanza fuori dall'udienza, non è stato notificato al diretto interessato "che peraltro avrebbe voluto difendersi rilasciando spontanee dichiarazioni". 

Il presidente del collegio Gianfranca Claudia Infantino accoglie l'eccezione e rinvia all'11 maggio. In quella data, dopo la breve testimonianza del maresciallo della Guardia di Finanza, Guglielmo Greco, ci sarà la requisitoria del pm Carlo Cinque e l'arringa del difensore. Il processo è quello che ipotizza a carico di D'Orsi l'accusa di "corruzione per l’esercizio della funzione" perchè si sarebbe fatto dare da un vivaista quaranta palme del suo negozio, destinate alla sua villa di Montaperto, in cambio di un appalto consistente nella vendita alla Provincia regionale di tutte le piante dell'attività, prossima alla chiusura. Il pm ha già anticipato che chiederà la condanna.

LEGGI ANCHE: "Corrotto con quaranta palme", procura chiederà condanna per D'Orsi

Il processo è una costola dell’inchiesta principale che ha portato alla condanna di D’Orsi a un anno di reclusione per l’accusa di avere ottenuto il rimborso di pranzi e cene senza che risultasse “adeguatamente motivato” il fine istituzionale. Per tutte le accuse principali – truffa, peculato, concussione e abuso di ufficio, racchiusi in diversi filoni di indagine – i giudici hanno deciso l’assoluzione ma l’appello della Procura non ha reso definitivo il verdetto. Per la vicenda delle palme, inizialmente qualificata come peculato, il tribunale aveva emesso un’ordinanza con cui restituiva gli atti al pm ritenendo che il fatto andasse inquadrato come “corruzione per l’esercizio della funzione”.

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