Coronavirus e la fuga dal Nord, la testimonianza di chi è rimasto a Milano: "Ho scelto di non esporre nessuno al rischio contagio"

L'ex sindaco di Racalmuto che è emigrato in Lombardia per insegnare: "Non biasimo chi ha scelto di tornare, ma chi non ha adottato le cautele e le precauzioni per scongiurare ogni possibile pericolo"

Emilio Messana e una veduta di Milano

Ci sono scelte - specie quelle in controtendenza - che richiedono coraggio, forza e determinazione. Ci sono momenti - e questo è uno di quelli - in cui la famiglia, anche solo per confrontarsi, smorzare le preoccupazioni, per aggrapparsi ai punti fermi della vita, è fondamentale. Il Coronavirus, l'epidemia prima e la pandemia dopo sono stati capaci - ed è stato uno dei primi effetti - di far saltare gli equilibri personali. Specie in chi, per necessità o scelta, è un emigrato. Ad ondate, tanti - tantissimi - agrigentini sono tornati, in fretta e in furia, a casa. La grande fuga dal Nord verso il Sud ha spaventato e indignato i più. L'isola è stata perfino "chiusa" con decreto. Un provvedimento che però - nell'ultimo week end - è stato platealmente raggirato.

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Qualcuno, pur avendo legami ed affetti nella sua terra, ha fatto una delle più difficili scelte. Anziché fare le valigie e scappare verso casa, ha deciso - e non è stato semplice - di preoccuparsi della salute dei propri familiari, dei concittadini, della sua stessa isola. Fra i tanti - c'è chi è rimasto perché è al lavoro negli ospedali o altrove - c'è anche un insegnante, Emilio Messana: ex sindaco di Racalmuto, che è ancora a Milano. Scuole chiuse, e già da un po', vacanze forzate in preda all'allarme sanitario, Emilio Messana s'è autonomamente, spontaneamente, confinato il quella che è la regione più colpita. E assieme ai lombardi, da dietro un vetro, osserva una città deserta e sotto choc per il numero di morti.  

"Anch’io, subito dopo la prima chiusura, per una settimana, delle scuole in Lombardia, avevo fatto il biglietto - ha raccontato ad AgrigentoNotizie - . Ma il giorno prima della partenza, mi sono fermato a pensare: io sto bene, ma potrei avere il virus in incubazione o essere portatore sano. Tornare a casa significa esporre al rischio di contagio mia moglie, la quale peraltro esce ogni mattina per andare a lavorare, i miei figli che vanno pure a scuola. Il rischio incomberebbe anche sul mondo che li circonda e che frequentano. Se rientro, mi sono detto, non dovrei abitare nella stessa casa con loro, non potrei visitare i miei anziani genitori. Per scongiurare ogni rischio non dovrei incontrare nessuno, stare in isolamento da qualche parte. E dopo una settimana rientrare a Milano. Ho deciso così di non partire. Quando la situazione, nelle settimane a venire è precipitata, con la zona rossa estesa a tutta l’Italia, con la quarantena prima volontaria e poi obbligatoria, ho avuto la tentazione di ritornare per stare insieme alla mia famiglia, dopo aver scontato un periodo di isolamento. Avevo pure individuato dove andare ad abitare da solo per quindici giorni - prosegue Emilio Messana - . Ma è prevalso un senso di responsabilità: a ciascun cittadino è chiesto di limitare al massimo i contatti sociali non tanto per proteggere se stessi, quanto gli altri, la comunità, dalla diffusione di un virus che minaccia la salute e mette in seria difficoltà la tenuta economica e sociale del Paese. Abbiamo il dovere di contribuire, di essere solidali, ciascuno come può".

Emilio Messana, emigrato per motivi di lavoro da quando non è più sindaco di Racalmuto, ha ammesso: "Non è stato facile, né sono certo sia stata la scelta giusta. Sull’altro piatto della bilancia pesavano, eccome, il dovere di essere accanto ai propri affetti, il bisogno di vivere nella propria terra durante un’emergenza così lunga. Per questo non biasimo le migliaia di nostri conterranei che hanno scelto diversamente, men che meno chi doveva  tornare per necessità: sono rientrati nelle loro case, nei luoghi natii. Certo sono da condannare quanti non hanno adottato le cautele e le precauzioni per scongiurare ogni possibilità di contagio - ha sottolineato il racalmutese emigrato - . Ma questi comportamenti poco corretti si sono purtroppo registrati in tutta Italia e il progressivo inasprimento delle prescrizioni lo dimostra. L’enfasi con cui molti stigmatizzano il rientro - ripeto di siciliani nelle loro case - è accentuata dalla paura che il nostro sistema sanitario, già in affanno in condizioni di normalità, non tenga. La Sicilia, quella terra che non è riuscita a trattenerli, oggi a maggior ragione non può accoglierli".

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Emilio Messana è rimasto a Milano - nell'incertezza, aspettando - ad osservare una città che con il passare dei giorni e delle settimane s'è fatta sempre più vuota, sempre più impaurita. Un metropoli dove si continua sistematicamente a contare i morti. Lo sguardo dell'ex sindaco di Racalmuto, legittimamente, dopo settimane e settimane, è rivolto verso la "sua" terra. "Questo ritorno possente, ad ondate, a migliaia, in Sicilia è un fatto importantissimo: rivela il legame con la nostra terra. Rientrano perché la Sicilia è ancora casa loro - ha concluso, con un sospiro, Emilio Messana - . E rientrano soprattutto i giovani, senza i quali il presente appare sempre più statico e il futuro si prospetta più povero e stanco".
 

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