Licata, censura dall'Asp per il medico che fece certificati a Gabriele: gip dice no all'arresto

Il dottore è stato già raggiunto da un provvedimento di censura da parte del direttore del Distretto sanitario di Licata. Il provvedimento sarebbe stato emesso proprio in seguito ai certificati emessi in favore dell'ingegnere Gabriele in formato cartaceo e non, quindi, con la trasmissione telematica

Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Agrigento, Alfonso Malato, ha rigettato la richiesta di misura cautelare in carcere avanzata dalla Procura della Repubblica di Agrigento (pm Andrea Maggioni) a carico del medico licatese Armando Antona, quasi 55 anni, accusato di aver prodotto i 18 certificati medici che hanno permesso all'ingegnere Giuseppe Gabriele di assentarsi per 256 giorni dal suo posto di lavoro all’ufficio tecnico del Comune di Ravanusa.

Gabriele era stato fermato con un decreto del pubblico ministero e poi rilasciato dopo la decisione del gip, che ha disposto per lui l’obbligo di dimora nel territorio della provincia di Agrigento. Per il medico, invece, la Procura aveva chiesto al gip la custodia cautelare in carcere. Il giudice, però, ha rigettato la richiesta senza applicare alcuna misura cautelare.

Secondo quanto emerge dagli atti dell'inchiesta, il dottore Antona è stato raggiunto già lo scorso 16 giugno da un provvedimento di censura da parte del dottor Vincenzo Pezzino, direttore del Distretto sanitario di Licata. Il provvedimento sarebbe stato emesso proprio in seguito ai certificati medici emessi in favore del Gabriele in formato cartaceo e non, quindi, con la trasmissione telematica (come previsto dalle nuove normative).

Fatto che ha indotto il direttore del Distretto sanitario licatese a censurare il medico, comunicando il provvedimento anche all'Ordine dei medici di Agrigento, al Collegio arbitrale regionale dell'Assessorato regionale alla Sanità, all'Ufficio Personale dell'Asp e all'Ufficio Personale del Comune di Ravanusa.

Per il gip, quindi, il provvedimento di censura esclude in sé la possibilità di una reiterazione del reato da parte del medico e pertanto non ha ritenuto necessaria la misura cautelare. 

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