La strage delle Maccalube, slitta la decisione sulla lista testi della Procura

La Corte di appello deve decidere sulla richiesta della difesa di dichiarare inutilizzabili le dichiarazioni acquisite in primo grado

La lettura del verdetto di primo grado

Un impegno istituzionale del presidente della sezione della Corte di appello fa slittare la decisione sull’ammissione della lista dei testi del processo per la strage delle Maccalube, la riserva naturale di Aragona. Lì il 27 settembre del 2014 morirono i fratellini Carmelo e Laura Mulone di 9 e 7 anni, travolti da un’ondata di fango mentre facevano una passeggiata insieme al padre Rosario, appuntato dei carabinieri. "La lista testi del pubblico ministero non era utilizzabile perchè presentata oltre i termini". L'avvocato Daniela Ciancimino, all’udienza precedente, aveva riproposto la stessa eccezione, inizialmente bocciata, con cui si era aperto il processo di primo grado. I pm Carlo Cinque e Simona Faga non avevano, di fatto, presentato la lista dei testi entro il termine previsto (sette giorni dalla prima udienza) ma il giudice superò la questione ritenendo che si fosse trattato di un semplice disguido non sostanziale in quanto "il pm aveva correttamente chiesto alla cancelleria di trasmetterlo insieme alla richiesta di giudizio immediato".

Uno dei legali della difesa, adesso, insiste: "Non è ammissibile - ha sostenuto - superare questa svista, la lista testi non era ammissibile e le dichiarazioni non possono essere utilizzate". La questione sarebbe centrale ma è rimasta in sospeso perché il presidente della Corte ha dovuto aggiornare l’udienza al 6 febbraio per partecipare all’incontro in Prefettura, a Palermo, con la commissione parlamentare sul femminicidio.

In primo grado, il 30 gennaio dell'anno scorso, il giudice Giancarlo Caruso ha inflitto sei anni di reclusione al direttore della riserva, l’architetto Domenico Fontana, e 5 anni e 3 mesi all’operatore del sito Daniele Gucciardo, entrambi esponenti di Legambiente, associazione che gestisce la riserva sulla base di un contratto con la Regione. Assoluzione, invece, “perché il fatto non costituisce reato”, per il funzionario della Regione Francesco Gendusa. Il procuratore Luigi Patronaggio ha impugnato il verdetto di assoluzione e lo stesso hanno fatto i difensori dei due condannati: in appello è di nuovo tutto in discussione.
 

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