San Gerlando dopo 8 anni torna ad essere onorato in "casa" propria: è grande festa

Alle 18 il pontificale presieduto da monsignor Ignazio Zambito. Il sindaco Lillo Firetto ha scritto all'arcivescovo: "Comunione d'intenti per guardare al futuro con più fiducia"

San Gerlando

San Gerlando, patrono di Agrigento, dopo otto lunghissimi anni, torna ad essere festeggiato in “casa” propria: nella riaperta cattedrale. Il pontificale di oggi sarà affidato a monsignor Ignazio Zambito.

"La cattedrale è ancora una mamma malata": l'omelia del cardinale Montenegro

Dopo giorni di preparazione e dopo che il busto reliquiario è stato a Santa Elisabetta, a Porto Empedocle, nel quartiere di Fontanelle, ieri l’urna è uscita in processione ed ha seguito il percorso di via Duomo, via San Girolamo, Badiola, salita Cognata, via Porcello, via Atenea, via Matteotti, via Bac Bac, via Duomo e infine in cattedrale s’è tenuta la santa messa. Oggi, giorno del santo patrono, sempre in cattedrale appunto, la prima messa si terrà alle 9, seguita tra le 9.30 e le 13 dalle visite al santo e alla struttura. Alle 17.30, il raduno delle comunità parrocchiali e alle 18 il pontificale presieduto da monsignor Ignazio Zambito.

IL VIDEO. E' tornata la luce e la gente nella cattedrale, don Franco: "Agrigento ha bisogno di guardare il cielo"

Il primo cittadino di Agrigento, Lillo Firetto, ieri, “quale figlio di questa chiesa e di questa terra, prima ancora che da sindaco”, ha scritto all’arcivescovo: il cardinale Francesco Montenegro. E lo ha fatto per condividere “i sentimenti e il tumulto di pensieri che ha suscitato la riapertura della cattedrale”. “Da venerdì ho in mente ancora le sue parole: riavere la nostra cattedrale non significa solo riaprire un tempio di preghiera, non solo uno scrigno architettonico di tesori – ha scritto Firetto a don Franco - . Riaprirne le porte ha un valore ben più profondo: ripropone una riflessione sulla storia religiosa, ma anche quella civile del nostro territorio e della nostra gente. Ripropone con forza i nostri valori ed è un appello all’unità e alla concordia, alla solidarietà e alla comunione d’intenti per guardare al futuro con più fiducia. Come ha giustamente ricordato, abbiamo sentito a volte spegnersi ogni speranza, e anch’io, tra vacui annunci, inutili passerelle, tavoli regionali vuoti di contenuti, drammatici responsi e rimpalli di responsabilità ho sentito il soffiare di venti contrari. E in quelle circostanze devo dar atto che la determinazione, la forza incrollabile dell’intrepido don Giuseppe Pontillo, le sue impetuose parole mi hanno incoraggiato e spronato ad andare avanti. È così che credo debba essere intesa una comunità: quella che lavora con buon senso, con sincero trasporto, che si sostiene e s’incoraggia a vicenda in un cammino comune di crescita; una comunità che crede nei valori che uniscono, che guarda con fiducia al bene di tutti. Con la mano sul cuore, don Franco, - ha proseguito Firetto - mi sento di dirle che ancor oggi quei venti contrari soffiano su Agrigento. E non soltanto sulla cattedrale. Non mi riferisco di certo alle critiche, sempre incombenti, o alle polemiche, alle dicerie, alle ricerche spasmodiche di capri espiatori, su tutto e per qualunque cosa. Esse sono sintomo di un malessere comprensibilissimo in una realtà così depressa come la nostra. Sono invece quegli atteggiamenti, non sempre interpretabili, di cui lei ha riferito ai fedeli, quelle molte e deludenti parole prive di conseguenze: promesse che si traducono in intralci, ritardi colpevoli che si ripercuotono su un’intera comunità per fini, a dir poco, tornacontisti, se non spudoratamente insani per la città. Ho rinunciato a una carriera da deputato per servire Agrigento, la città in cui sono nato, la città in cui ho studiato, in cui mi sono formato, in cui ho lavorato, in cui sto crescendo ed educando i miei figli, perché credo nella bontà di un impegno fuori da schemi ingombranti e da imbarazzanti ricatti. Un percorso giusto, sano, corretto che non è visto bene da chi non ama Agrigento e vorrebbe che questa città non guardasse mai in alto, ma fosse sempre con gli occhi fissi per terra”. 

Ecco l'intera lettera scritta dal sindaco Firetto all'arcivescovo 

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